LE MOZZARELLE secondo Rosa (“Nodini di Noci”)

 

Introduzione

 

Un annetto fa scoprii che la fidanzata di un caro amico viveva in una masseria a Noci, vicino Taranto, e che i genitori erano allevatori da sempre. Il suddetto amico mi fece assaggiare anche dei caciocavalli prodotti dai suoceri, fra i migliori che io abbia assaggiato. Di conseguenza lo costrinsi ad organizzare una “giornata in masseria”, con lezioni incorporate di mozzarelle, caciocavalli e ricotta.

Ho conosciuto quindi la signora Rosa (ed il marito), circa sessantacinque anni, allevatrice di vacche, pecore, capre, galline, maiali, cani, gatti e pure di un pavone…

La signora Rosa ha qualche problema di udito, e parla soprattutto dialetto di Noci, il che naturalmente ha creato qualche piccolo problemino di comunicazione… Che però non mi ha impedito di innamorarmi subito di lei e di tutta la famiglia, cani e pavone compreso.

Siamo stati accolti con una enorme ospitalità, abbiamo mangiato con loro assaggiando prodotti fatti da loro con materie prime sempre loro, dai profumi e dagli odori dimenticati, e abbiamo anche avuto la nostra prima “lezione di formaggi”.

Ho visto Rosa fare il caciocavallo, cosa che non scorderò mai nella mia vita, e anzi spero di filmare al più presto: è uno spettacolo che non può andare perduto per nessun motivo!

Io me ne sono poi tornato al mondo “civile” (che per me è vicino Ginevra), e ho riprovato per lungo tempo a riprodurre qualcosa di tutto ciò che avevo visto. Il caciocavallo, mio scopo ultimo, è estremamente difficile da lavorare, per cui ho deciso di cominciare con le mozzarelle, per poi “evolvere” verso le cose più complicate. Dopo 6 mesi di tentativi infruttuosi non sono riuscito a fare delle mozzarelle decenti. Ho però letto, studiato, sperimentato un sacco (e per inciso sono “apparso” su IHC a marzo proprio spinto dalla voglia di condividere esperienze casearie con qualche altro pazzo), e mi sono presentato quindi di nuovo da Rosa con molta più esperienza, soprattutto avendo le idee molto più chiare su cosa dovevo “esaminare” con estrema attenzione, per avere qualche possibilità di riuscire a fare le mie mozzarelle casalinghe (ossia: rottura della cagliata e controllo della massa) …

Quello che segue è quindi il risultato di questa seconda “lezione”, che ha come oggetto la produzione di mozzarelle a forma di nodo, i “nodini”, appunto. Durante questa lezione, sotto l’attenta supervisione di Rosa, ho fatto tutto io. Tornmato a casa, ho riprovato ancora, questa volta da solo... ebbene sì, si possono fare delle mozzarelle casalinghe BUONE. Spero che tutto ciò possa essere di aiuto a qualcuno; aspetto i vostri commenti!

 

Attrezzatura

1 termometro per controllare le varie temperature di processo, una pentola da circa 10litri con coperchio per scaldare il latte, una pentola più piccola per far scaldare l’acqua per la filatura delle mozzarelle, un cucchiaio di legno, una-due coperte, una grossa bacinella di plastica, un piatto, un bicchiere, un coltello con la punta tonda, una brocca per versare gradualmente l’acqua nella bacinella di filatura.

NOTE: Un phametro sarebbe molto utile, Daniela ha controllato con le cartine tornasole e mi ha confermato che il ph ottimale per la filatura e’ 5

 

Ingredienti

 

8 litri di latte fresco, non scremato e preferibilmente non pastorizzato.

1 bicchiere e mezzo di siero “acido” di latte proveniente dalla precedente caseificazione e fatto “maturare” almeno un giorno.

1 cucchiaino di caglio

 

NOTE:

-Io uso del latte non pastorizzato e DEL TUTTO non scremato. Quello che al supermercato viene indicato come latte “intero” generalmente non è intero, ma “normalizzato”, ossia portato ad una concentrazione di grassi che è di circa il 3%. Se proprio non riuscite a procurarvi il latte non pastorizzato e non scremato, usate il latte “alta qualita’”.

A proposito, eccovi una chicca storica: le prime mozzarelle di Paolo S. da latte pastorizzato. E' bene precisare che per ora nessun altro nel gruppo ci e' riuscito, neanche io.

-Lo so, lo so: quella del siero acido e’ come la storia dell’uovo e della gallina… Che vi devo dire… La prima volta chiedete il siero a qualcuno, o fate le prime mozzarelle aggiungendo un po’ di yogurt diluito in un po’ di latte al posto del siero, e conservate il siero per la volta successiva. La cosa migliore secondo me sarebbe prendere del siero di precedenti mozzarelle “fallite”, aggiungervi un cucchiaino di yogurt e mantenerlo a 35-40 gradi per qualche ora. Da provare anche l’uso di siero proveniente da yogurt.

-purtroppo non conosco il  titolo del caglio che uso.

 

Preparazione

 

Riscaldamento

Portare il latte alla temperatura di 37 gradi centigradi (controllando col termometro) rimestando. Spegnere il fuoco ed aggiungere al latte il siero ed il caglio, quest’ultimo diluito con un po’ d’acqua. Rimestare abbondantemente, mettere il coperchio alla pentola ed avvolgere tutto con una o due coperte (dipende anche dalla temperatura esterna).

 

Caglio e rottura della cagliata

Dopo circa mezz’ora il latte dovrebbe aver già cagliato, ossia aver assunto una consistenza densa e “budinosa”. Rimestare la cagliata con forza media, in modo da ottenere dei grani non eccessivamente piccoli, della grandezza più o meno di un chicco di mais o poco più.

 

Maturazione della cagliata


Rimettere coperchio e coperta e far maturare la pasta. Il tempo di maturazione è molto variabile, e determinare quando la massa è pronta per la lavorazione è sicuramente la cosa più difficile di tutto il procedimento. Tale tempo varia di solito da circa 2 ore a circa 3 ore e mezza. Di solito si aggira attorno alle 2 ore e mezza-3 ore, ma dipende da moltissimi fattori: le mie prime mozzarelle erano pronte dopo 4 ore e mezza...

 

Controllo della massa

 

La pasta dovrebbe essere pronta quando raggiunge un ph di circa 5, per cui l’uso di un phametro potrebbe essere molto utile, soprattutto le prime volte. Il metodo migliore resta comunque quello di verificare se la pasta fila o no, e se è quindi pronta per essere trasformata in mozzarelle, controllo che si può cominciare a fare dopo circa un paio d’ore dalla rottura della cagliata. Si preleva con un cucchiaio un po’ di cagliata, la si immerge in acqua a 90 gradi e la si lavora un po’ con la punta di un coltello. La si toglie quindi dall’acqua e si tira, tenendola con l’indice e il pollice delle due mani, per vedere se fila o no, rituffandola eventualmente nell’acqua bollente dopo aver cominciato a tirare. Quando la pasta non è pronta per niente, la consistenza e’ dura e granulosa, e la pasta si spezza immediatamente invece di filare. In questo caso, reincoperchiare e reincopertare, e ricontrollare dopo una mezz’oretta. A mano a mano che la pasta si avvicina al punto di “filatura” la consistenza del “campione di filatura” è sempre meno granulosa e sempre più filamentosa. E’ pronta (e venuta molto bene…) quando si allunga senza problemi fino a circa un metro di lunghezza.

 

Spurgo della cagliata

 

Tagliare il panetto di massa a metà e tirare fuori dal siero le due metà che verranno poi sovrapposte e messe a scolare in una bacinella di plastica dove si sarà precedentemente posizionato un piatto al contrario, per fare in modo che il siero spurgato non venga in contatto con la massa (facendola quindi “passare”).

 

Filatura delle mozzarelle

 

Dopo un minimo di 20 minuti (ma se la massa e’ conservata in frigo anche dopo un paio d’ore) suddividere il panetto in 3 parti e, in una grossa bacinella resistente al calore, tagliare ogni parte nel senso della lunghezza a strisce di circa 1-2 mm di spessore. Aggiungere dell’acqua calda (circa 50 gradi) in modo da ricoprire la pasta tagliuzzata, attendere qualche minuto e buttare la maggior parte dell’acqua. Versarvi quindi altra acqua calda (tra i 70 e gli 80 gradi) evitando di buttarla direttamente sulla massa, ma versarla sui bordi della bacinella.

A questo punto la massa comincia a fondere e ad “amalgamarsi” in un unico panetto filamentoso. Piegarlo a metà su se stesso facendo aderire e fondere le due metà tra loro, con l’aiuto di un cucchiaio di legno. Ripetere l’operazione 3-4 volte, formando quindi un nastro di pasta. Tirare il nastro (senza esagerare) formando (con la prima parte del nastro) una “corda” del diametro di circa 3 cm. Annodare la corda e tagliare per separare il “nodino” dal nastro, metterlo quindi in una bacinella con acqua fredda.

Procedere nello stesso modo finché non si è finito il primo nastro, quindi tagliare il secondo terzo di panetto nell’acqua residua, che sarà usata per intiepidire la nuova massa. Buttarla, mettere nuovamente acqua molto calda e procedere come prima.

 

NOTE:

Lo so che mettere le mani nell’acqua a 80gradi non è affatto piacevole… Se PROPRIO non volete, usate dei guanti da cucina (che siano lisci e non zigrinati, mi raccomando! Se no vi vengono le mozzarelle a buccia d’arancia...)

 

 

Conservazione e salatura

 

I nodini possono essere conservati in acqua non salata; secondo me quella ottenuta dalla lavorazione è la migliore.

Prima di consumarli possono essere messi in una salamoia leggera di acqua e sale (azzarderei 125g di sale per litro d’acqua) per 5-10 minuti (dipende anche dalla forza della salamoia). Dopo questo tempo vanno comunque tolti dall’acqua e conservarli ulteriormente diventa molto più difficile, quindi mangiateveli tutti. Le mozzarelle NON vanno mangiate fredde di frigo, mi raccomando!!

 

NOTE

C’è chi aggiunge sale direttamente al latte, Rosa dice che in questo modo le mozzarelle si possono conservare molto di meno che non col suo metodo (salatura all’ultimo minuto in salamoia), col quale (secondo lei) durano anche una settimana.

 

 

Ricotta

 

Rosa dice che la ricotta dal siero di mozzarella non si fa perché è troppo acido. Io la faccio lo stesso, anche se non fa dei bei fiocchi ma piuttosto una “cremina” che richiede quindi un filtraggio con apposito telo di lino.

 

CONCLUSIONI

Insomma voglio proprio ringraziare ancora Rosa, che oramai è diventata la mia tutrice casara e che non si libererà più di me: ho già prenotato naturalmente una terza lezione (per la prossima volta che scendo, cioè a Natale). Conto di prendere lezione di Rodez (formaggio duro stagionato tipico pugliese).